giovedì 25 settembre 2014

Slovenia, novità a sinistra

Alle recenti elezioni, la crisi economica e le ricette della BCE sembrano far svoltare a sinistra la piccola Repubblica orientale e ciò rappresenta un esempio ed una piccola speranza per chi in Europa vuole costruire una alternativa anticapitalista alla crisi.
Infatti, se il vincitore indiscusso, con il 34,6% dei voti, è un finora oscuro avvocato del Parlamento, Miro Cerar, leader di un partito confezionato su misura, il SMC (Stranka Mira Cerarja – Partito di Miro Cerar) tirato su in fretta e furia negli ultimi 2 mesi e dal programma fumoso, la vera sorpresa di queste elezioni è la affermazione al 6% del partito Združena Levica (ZL – Sinistra Unita) dalle chiare posizioni anticapitaliste e di opposizione alle politiche della Trojka.
ZL sloveniaUna sorpresa annunciata, come vedremo più avanti, ma che adesso non può essere più trascurata da nessuno.
Rifacendosi da capo, diremo che il successo elettorale di Cerar si è costruito intono al mito a noi noto del “rottamatore” della vecchia politica, favorito dalle politiche antipopolari della precedente Premier (Alenka Bratušek) e dal cosiddetto “effetto Dob”, dove Dob è il nome del carcere nel quale da circa un mese è rinchiuso per corruzione uno dei maggiori protagonisti della politica slovena di questi anni, Janez Janša.
Fu proprio sotto la reggenza di Janša che alla fine del 2012 esplose un movimento di protesta che scosse profondamente la Slovenia. Il movimento si generò a partire da casi di corruzione o di mala politica per poi estendersi ad una critica più radicale delle politiche liberiste. In quell’occasione il governo Janša fu costretto a dare le dimissioni ed a cedere il passo alla nuova premier Alenka Bratušek. Il partito di questa ignota funzionaria - Slovenia Positiva - godeva però del supporto dell’Unione Europea e delle banche, per imporre l’austerità ed i piani strutturali a base di liberalizzazioni e privatizzazioni, con un copione simile a quello che in Italia abbiamo conosciuto con il Governo Monti. Il debito, si faceva intendere, è dovuto ad una classe di politici corrotti: una retta e buona conduzione della economia e la attuazione di ciò che vuole l’Europa rimetteranno in sesto le sorti della Slovenia.
Figura 1. Le privatizzazioni in Slovenia secondo il Wall Street Journal  (allo schema va aggiunta la importantissima catena di distribuzione Mercator)
Figura 1. Le privatizzazioni in Slovenia secondo il Wall Street Journal  (allo schema va aggiunta la importantissima catena di distribuzione Mercator)

La Bratušek varava quindi un piano di massicce privatizzazioni che – a suo dire – avrebbero risollevato le sorti della economia slovena.
Il governo Bratušek non teneva però alla prova dei fatti: nel 2013 la economia non si solleva realmente, i consumi interni si riducono ed aumentano parallelamente i contrasti interni alle classi dominanti slovene.
Il primo test elettorale di quest’anno, le elezioni europee, iniziano a mandare in crisi il quadro politico sloveno. In queste elezioni poco partecipate (28%), a testimonianza di una sfiducia od ostilità crescente verso l’Unione Europea, il partito della Bratušek raggranella solo il 6,6% dei voti, una punizione dell’elettorato a cui non si sottraggono nemmeno i Socialdemocratici, mentre l’SDS – il partito di centrodestra di Janša, al tempo già indagato – rimane il primo partito della Slovenia con quasi il 25% dei voti. Subito dopo le elezioni europee, Slovenia Positiva si spacca e – mancando la fiducia al governo – la Slovenia va verso le elezioni anticipate del 13 Luglio.
Nei mesi precedenti alle elezioni europee, viene fondato il partito IDS (Iniciativa za demokraticni socializem – Iniziativa per un socialismo democratico, di ispirazione marxista radicale) e di seguito viene fondata la coalizione elettorale Združena Levica insieme a due altri partiti, il TRS (ecosocialisti) ed il DLD (laburisti), oltre che a personalità indipendenti ed rappresentanti del sindacato più combattivo, il SVIZ  (funzione pubblica e cultura).
La Združena Levica può inoltre, a ragione, essere considerata la Lista Tsipras slovena, visto che l’esponente greco è stato presente al suo battesimo pubblico, il 1° marzo a Ljubljana.
Figura 2 Un esempio di disinformazione: spesso i risultati europei della Slovenia sono stati forniti con la voce “altri partiti”, nascondendo un partito – ZL  - con il 5,47% di voti
Figura 2 Un esempio di disinformazione: spesso i risultati europei della Slovenia sono stati forniti con la voce “altri partiti”, nascondendo un partito – ZL  – con il 5,47% di voti
I risultati elettorali europei di ZL sono più che lusinghieri, ottenendo il 5,47% dei voti, pur non raggiungendo il quorum per un rappresentante a Strasburgo. I commentatori politici naturalmente snobbano tale lista e ne nascondono la portata evidentemente per tamponare l’ondata di antieuropeismo crescente
La Slovenia arriva quindi alle elezioni politiche del 13 luglio con un governo sfiduciato, una premier costretta anch’essa a costruirsi un partito su misura, il ZaAB (Za Alenka Bratušek – Per Alenka Bratušek), il leader del primo partito sloveno che conduce la sua campagna elettorale dal carcere, una situazione sociale che tende a peggiorare, con i minatori in sciopero nella zona mineraria di Trbovlje.
L’elettorato, un po’ più presente al voto (50%) ma comunque stanco e disilluso,  si gioca la carta nuova, ovvero vota in maggioranza la “persona onesta” Cerar in contrapposizione al partito di JANŠA, il quale comunque dimostra una discreta tenuta (20,7%), con una campagna all’insegna della denuncia del complotto e delle “toghe rosse”. La lista personale della ex premier Alenka Bratušek con il 3,4% supera di qualche decimale il quorum, al contrario del suo ex partito – Slovenia Positiva – che rimane fuori dal Parlamento: uno smacco per chi si presentava come il referente dell’Europa in Slovenia e vantava il 28% di preferenze nel 2011.
Vento di crisi pure tra i socialdemocratici che racimolano un (per loro) magro 6% (10% nel 2011), nonostante il restyling rappresentato dalla alleanza con Solidarnost, una delle correnti venute fuori dalle proteste del 2012.
In questo contesto appare molto importante il risultato della lista Združena Levica (Sinistra Unita) che ottenendo il 5,97% dei voti e 6 deputati si afferma come la vera novità del momento. In una Slovenia dove i partiti – anche grandi- appaiono e scompaiono come stelle comete, ZL sembra rappresentare un elemento di continuità e solidità, aumentando i voti sia in percentuale che in assoluto. Un risultato dovuto a nostro parere per la alternatività e chiarezza del proprio programma
La importanza di questo successo non consiste tanto nel fatto che un partito di sinistra si affermi in un paese dell’Est, ma che esso si affermi con un programma dichiaratamente anticapitalista, di opposizione alle ricette della Troika, alle politiche di austerità ed al programma di privatizzazioni che la Bratušek aveva iniziato.
La campagna elettorale di ZL è stata condotta con una spesa di poche migliaia di euro ma si è concentrata su alcuni punti nodali per la società slovena: il sostegno ai lavoratori, con la presenza costante tra i minatori di Trbovlje, e l’opposizione alle privatizzazioni.
Manifestazione Slovenia
Figura 3 Manifestazione contro le privatizzazioni. In primo piano “lo zio nascosto è il capitale”. In secondo piano si legge ” Banche pubbliche sotto controllo pubblico”, “la corruzione non è una una anomalia, ma un sistema”, ecc.
La campagna contro la privatizzazione della linea di distribuzione Mercator è stata centrale in questa campagna elettorale, ma altri temi sono stati agitati, in particolare sull’autogestione delle fabbriche da parte dei lavoratori e dei cittadini, e quello sulla nazionalizzazione delle banche.
Le/i compagne/i del Friuli Venezia Giulia di Sinistra Anticapitalista hanno mantenuto frequenti contatti con le/i compagne/i dell’IDS, apprezzandone le loro capacità organizzative, ma soprattutto la profondità dei loro contenuti teorici, che esporremo in un successivo articolo. La loro fiducia nella possibilità di poter cambiare le politiche europee dall’interno delle stesse istituzioni della Unione Europea, posizione condivisa con il GUE, gruppo a cui ZL fa riferimento, sembra l’unica dissonanza con le nostre posizioni.
Dissonanza che può sembrare decisiva solo a chi guarda la realtà in maniera rigida e statica e non nella sua dialettica, nel suo movimento.
In Slovenia si è dimostrato che una forza anticapitalista dispone di uno spazio per rispondere alla crisi ed al contempo per sfruttare le contraddizioni interne alle elites dominanti. Uno spazio, tra l’altro, apertosi in un paese dell’Est, dove – secondo molti in Italia – dovrebbe esserci terra bruciata per le idee socialiste.
La collaborazione internazionale fra forze anticapitaliste, sia attraverso il confronto teorico che tramite l’organizzazione di mobilitazioni su scala europea, potrebbe aiutare ad espandere questa esperienza anche ad altri paesi.
Per ulteriori informazioni su IDS clicca qui.

venerdì 21 marzo 2014

L'impossibile capitalismo verde e i perché dell'Ecosocialismo


ne discuteremo con Fabrizio Valli del gruppo nazionale ambiente di Sinistra Anticapitalista venerdì 4 aprile:

alle 17:30 presso la sala di via Fabio Severo 14/b a Trieste

alle 20:30 presso Laboratorio Resistente via Roma 20 Monfalcone
 


Quando nel nostro paese si affronta il tema di una possibile, diversa gestione del rapporto tra sistema produttivo, bisogni del genere umano e ambiente - "alternativa" rispetto alle politiche di sfruttamento selvaggio e indiscriminato delle risorse naturali a fini di mero profitto operate dal sistema neoliberista - a dominare la scena sono indubbiamente le teorie (e pratiche ?) della "green economy" e della cosidetta "decrescita felice". Non molto si parla invece di quell' Ecosocialismo che rappresenta invece una vivace realtà teorica e di movimento in altri Paesi europei quali la Francia e la Spagna, nonché nei paesi dell'America Latina, e che vale la pena di approfondire...

«L’attuale sistema capitalistico non è in grado di regolare, né tanto meno superare, le crisi che ha scatenato. Non è in grado di risolvere la crisi ecologica, perché questo richiederebbe di porre dei limiti all’accumulazione, un’opzione inaccettabile per un sistema promosso a partire dalla massima “crescere o morire!”.
In termini ecologici è profondamente insostenibile e deve essere cambiato in maniera sostanziale – meglio ancora, rimpiazzato – se vogliamo che ci sia un futuro degno di essere vissuto.» (estratto dal MANIFESTO ECOSOCIALISTA di Michael Löwy e Joel Kovel)

venerdì 14 febbraio 2014

TRATTATI EUROPEI: chi decide?

riceviamo e volentieri pubblichiamo:


TRATTATI EUROPEI: chi decide?
Dibattito con
Franco RUSSO della Associazione nazionale ROSS@
Boštjan REMIC di Iniziativa per un socialismo democratico (Slovenia)
Un esponente di “Il sindacato è un’altra cosa” – opposizione CGIL

Giovedì 20/2/14 Ore 17.30 Saletta di via Fabio SEVERO 14/b

Negli ultimi anni, le politiche di austerità, di attacco ai diritti sociali ed ai diritti del lavoro, sono stati diretta emanazione delle scelte e delle politiche neoliberiste che l’Unione Europea ha voluto sviluppare ed imporre a tutti i singoli stati dell’unione.
Queste politiche, condotte per il dichiarato fine di ridurre il debito pubblico, lo hanno paradossalmente aggravato, riducendo inoltre alla miseria strati sempre più grandi di popolazione.
Nonostante ciò, l’Unione Europea persevera in tali politiche e nei suoi atteggiamenti autoritari verso i singoli stati, tentando di controllare e comprimere la parte sociale della spesa pubblica, e continuando a premiare e favorire banche e padroni, ovvero i capitani che hanno condotto la nave al naufragio.
Le istituzioni dell’Unione, istituzioni perlomeno ademocratiche perché mai elette direttamente dal popolo, sono i protagonisti di queste condotte; le leggi ed i trattati, come ad esempio il Fiscal Compact, il MES, l’Europack ne sono invece gli strumenti, che controllano come dei cani da guardia le politiche sociali e del lavoro dei singoli stati.
A pochi mesi dalle elezioni europee, è lecito chiedersi chi realmente decida oggi in Europa, se la volontà popolare o gli interessi del capitale e delle banche, supportate dai tecnocrati di Bruxelles.
Ed è impellente inoltre una risposta popolare, di massa ed internazionale che contrasti le politiche della Troika, della BCE e dell’Unione Europea,
chiedendo un Referendum su Fiscal Compact e MES
e iniziando a preparare la
manifestazione internazionale a Roma del 12 Aprile,
in concomitanza ed in protesta con il Meeting Europeo per l’occupazione giovanile.

martedì 28 gennaio 2014

ELECTROLUX: Il lavoro cattivo scaccia quello buono. Allora cacciamo i padroni

di Franco Turigliatto

Nei corsi di economia sulla moneta i professori insegnano un principio semplice, ma fondamentale: la moneta cattiva scaccia quella buona dalla circolazione.
Che cosa significa? Significa che se in un dato paese e una economia esistono due monete correnti e una di questa, per determinate cause, comincia a deprezzarsi, quella di maggior valore e stabile scompare dalla circolazione, lasciando in campo soltanto la seconda che tenderà a svalutarsi sempre di più. La prima infatti viene tesaurizzata, cioè, cittadini e operatori economici, la ritirano dalla circolazione e la mettono in cassaforte come un tesoro per preservarne il valore e garantirsi una riserva economica e monetaria.
La stessa cosa succede al lavoro, quello di cattiva qualità, in mancanza di costrizioni normative e di rapporti di forza tra le classi favorevoli ai lavoratori, in un contesto di libera concorrenza capitalista (libere volpi in liberi pollai) tende a scacciare il lavoro buono, meglio retribuito e tutelato.
Ormai più di vent’anni fa dissero che era necessario favorire l’inserimento dei giovani al lavoro, che occorreva combattere il lavoro nero e che quindi bisognava introdurre forme più flessibili di contratto tali da spingere i padroni ad assumere regolarmente in queste nuove forme per loro più vantaggiose: vennero dapprima i contratti di formazione e lavoro, poi arrivò il pacchetto Treu col governo Prodi 1, poi la legge 30 e il decreto applicativo 276 con il governo Berlusconi 2 che portarono i contratti atipici e precari al numero di 43, sempre per “favorire l’occupazione e ridurre il lavoro nero”. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: la disoccupazione è al 12,8%, quella giovanile al 40%; il lavoro nero esiste come e quanto prima; si è via via ridotto il lavoro buono, quello a tempo indeterminato, quello difeso dai contratti nazionali di lavoro.
“Ma la concorrenza”, ci dicono, “è un principio naturale, perché limitarla?” E “Perché non ridurre salari e stipendi del 25%” come è nelle necessità e nel progetto dei padroni europei e delle istituzioni. Così, tanto per cominciare, da venti anni gli aumenti salariali sono stati contenuti al di sotto dell’inflazione, poi nel pubblico impiego si sono bloccati gli stipendi. Ora che si è formato un enorme esercito di riserva, di senza lavoro, che preme sugli occupati il discorso diventa un semplice ricatto: “non vuoi accettare una riduzione di salario, allora io fuggo lontano, in Serbia, Bulgaria e tu arrangiati”. Ma le cose bisogna farle anche per bene, legalmente: ecco così che arriva prima l’articolo 8 della legge n. 148 del 2011 del governo Berlusconi, poi l’accordo interconfederale Confindustria e CGIL CISL e UIL del 28 giugno 2011, e poi infine il più recente accordo sindacati Confindustria del 31 maggio 2013, perfezionato con il regolamento del 10 gennaio 2014 che permette, a seconda delle aziende e delle situazioni di derogare dai contratti nazionali sul piano salariale e normativo. Derogare dalle norme, specie quelle penali, in genere significa finire in galera (almeno per i poveretti); in questo caso significa che i dirigenti sindacali accettano quanto propone il padrone per aumentare lo sfruttamento, cioè i contratti in deroga, quanto cioè Marchionne due anni fa ha imposto con la violenza e il ricatto ai lavoratori Fiat, indicando la strada da percorrere a tutti i padroni.
E’ stata lunga premessa storica per arrivare alla drammatica attualità del caso Electrolux.
All’improvviso (!?) l’Electrolux, una multinazionale che ha rilevato a suo tempo gli stabilimenti della Zanussi, esce con una proposta choc per ridurre il “costo del lavoro” che lascia tutti interdetti. E’ un’azienda svedese, qualcuno forse sperava anche in odore di socialdemocrazia; niente di meno vero, l’Electrolux è una azienda come le altre, agisce sul libero mercato e l’obiettivo è fare profitto; nessun problema, se per riuscirci, occorre tirare il collo ai dipendenti. La direzione riprende quanto il capo della Fiat aveva già imposto: “Lavoratrici e lavoratori dovete prendere o lasciare, mangiare questa minestra o saltare dalla finestra. Anzi vi cacciamo a pedate dalla porta stessa e ce ne andiamo altrove, dove facilmente possiamo trovare altri poveretti disposti a sopportare quello che voi oggi rifiutate”.
Le proposte aziendali sono semplici: stipendi che scendono da 1400 a 700-800 euro, riduzione del 20% dei premi aziendali, ore lavorate solo 6, blocco dei pagamenti delle festività, riduzione di pause e permessi sindacali, lo stop agli scatti di anzianità, chiusura di uno degli stabilimenti italiani. Poche idee, reazionarie, ma molto chiare.
All’improvviso tutti si stupiscono, i sindacati che gridano (giustamente) allo scandalo, la Serracchiani, della segreteria di Renzi, qualche dirigente della Lega che si è scordato di aver votato i provvedimenti di Berlusconi che già andavano in questa direzione e di aver dato una montagna di soldi all’azienda svedese quando è arrivata.
In fondo qual’è la colpa della direzione di Electrolux che ha subito trovato la benevola comprensione del ministro dello sviluppo Zanonato? Propone solo una “deroga” un pochino troppo “allargata”; esagera un poco nelle richieste, ma è perfettamente dentro lo spirito degli accordi siglati dai burocrati sindacali. La direzione dell’Electrolux sapendo che dovrà comunque fare una trattativa, si pone in una posizione vincente, chiedendo il massimo per portare a casa comunque un grosso risultato, anche se per chiudere l’accordo dovrà fare qualche limatura. Quelle limature che qualche esponente del governo o burocrate sindacali potrà domani presentare come grande vittoria, quando invece sarà un vergognoso cedimento e una sconfitta per i lavoratori.
Se le direzioni sindacali volessero fare sul serio, se volessero veramente impedire che dopo la vicenda Fiat quella Electrolux allarghi sempre più la breccia per cui il lavoro “buono”, ancora coperto da contratti nazionali, sia scacciato dal “lavoro in deroga”, dovrebbero immediatamente denunciare l’accordo di venti giorni fa, dire chiaramente che tutti i padroni che si comportano in questo modo debbono essere cacciati, che le aziende debbono essere requisite ed espropriate.
Dovrebbero anche chiamare i lavoratori ad occupare le fabbriche ed impedire che anche solo uno spillo esca dalle loro porte e finestre. Dovrebbero dire “ci siamo sbagliati, le cose in tutto il paese hanno preso una brutta piega per il lavoro; ma ora basta, lavoratrici e lavoratori di tutte le aziende, vi proponiamo una nuova stagione di lotta, vi proponiamo una piattaforma rivendicativa basata sulla difesa dei contratti nazionali, su aumenti salariali per tutti, sulla riduzione d’orario, sulle nazionalizzazioni e l’intervento pubblico diretto quanto i padroni licenziano, delocalizzano e ricattano. Vogliamo fare le assemblee in tutte le fabbriche, discutere democraticamente, passare dalle parole ai fatti, alla lotta, non lasceremo più i lavoratori di nessuna azienda a difendersi da soli e il più delle volte sprofondare, non lasceremo più che il lavoro cattivo scacci quello ancora parzialmente buono”.
Forse in questo modo la moneta buona, quella che permette di vivere decentemente, potrebbe ritornare a circolare nel nostro paese.

giovedì 19 dicembre 2013

RIBELLARSI È GIUSTO! Ma quali sono gli obbiettivi?

Testo del volantino distribuito oggi davanti a Fincantieri a cura del Laboratorio Resistente di Monfalcone

RIDURRE LE TASSE O FARLE PAGARE A TUTTI ANCHE AGLI EVASORI?
L'incidenza delle imposte e dei contributi di sicurezza sociale sul costo del lavoro dipendente è del 44% in Italia, del 46% in Francia, del 45% in Germania e del 30% in Inghilterra (fonte Eurostat anno 2010).
Il salario medio annuo lordo di un lavoratore dipendente italiano è di 27.419€, di un francese 35.530€, di un tedesco 41.100€, di un inglese 38.047€ (eurostat 2009)
In Italia quindi i salari netti sono bassi poiché le paghe sono basse non perché sono troppo tassate!

Il fatto che i servizi pubblici siano scadenti e lo diventino sempre più dipende dall'inefficienza dell'amministrazione statale ma anche dal fatto che sempre più le nostre tasse vengono impiegate per pagare gli interessi del debito pubblico che è di 2100 miliardi di euro.
Ma ogni anno le imprese e i lavoratori autonomi evadono tra i 150 e i 200 miliardi di euro, e se lo Stato incassasse questi soldi il debito potrebbe essere facilmente riportato sotto controllo, e la qualità dei servizi potrebbe migliorare.
Il vero scandalo italiano è che il reddito annuo medio dichiarato dagli architetti nel 2012 è 29.100€, dagli albergatori 18.300€, dai gioiellieri 17.300€, dai negozianti di abbigliamento e calzature 6500€ e questo solo per fare degli esempi!
Ma stiamo parlando solo dei pesci piccoli: per citarne uno grande basta prendere l'ex presidente di Confindustria FVG Calligaris, indagato per una frode fiscale da 1.721.000€ per il solo 2006.

PRIMA GLI ITALIANI O TUTTI I LAVORATORI UNITI CONTRO I PADRONI?
Quello che sta succedendo da noi in Italia lo stanno vivendo tutti i lavatori in Europa. Dovunque i salari vengono messi in discussione, i servizi tagliati, gli orari di lavoro effettivi aumentati. E se in Italia ci dicono o accettate o faremo la fine della Grecia, in Francia dicono ai loro che faranno la fine degli italiani, ed in Germania degli spagnoli.

La verità è che tutti i poteri forti d'Europa si sono messi d'accordo per colpire i lavoratori con le politiche d'austerità!
E mentre loro colpiscono uniti, noi lavoratori non facciamo altro che prendercela con chi sta peggio, con i lavoratori stranieri ad esempio, che vengono dall'Asia o dell'est qui da noi, ma che magari per i lavoratori tedeschi sono proprio gli emigranti italiani.
L'unica risposta efficace non più venire che da una lotta comune di tutti lavoratori d'Europa, autoctoni o migranti!

TUTTI I POLITICI A CASA O CI VUOLE UNA VERA RIVOLUZIONE?
L'indignazione verso una classe politica inetta e corrotta è giustissima e doverosa. I salari di parlamentari e amministratori sono scandalosi. Ma cambiare le persone ora elette con altre moralmente integre è sufficiente?
La dimostrazione ce l'ha data il Movimento Cinque Stelle partito più votato alle scorse elezioni, con centinaia di parlamentari e senatori alla loro prima esperienza politica... che non è riuscito ad incidere minimamente sullo sfacelo del nostro paese.

Non basta cambiare le persone, bisogna cambiare il sistema!
Ci vuole un nuovo modo di produrre nel quale i diritti dei lavoratori e la tutela dell'ambiente vengano prima dei profitti, ci vuole un nuovo sistema democratico dove le decisioni siano partecipate da tutti e tutte con processo quanto più possibile assembleare, ci vuole una nuova società in grado di essere solidale con chi ha bisogno e che pretenda il dovuto contributo da parte di tutti i suoi membri.

Per fare questo è necessario rompere la passività e la rassegnazione, la mobilitazione non può limitarsi a chiedere meno tasse e non può essere fatta assieme a padroncini ed evasori: ci vuole una VERA RIVOLUZIONE per mettere in discussione l'intero sistema economico e politico, altrimenti per noi lavoratori non cambierà nulla!

lunedì 2 dicembre 2013

venerdì 6 dicembre h. 20
presso il KNULP via madonna dela mare 7/a

R.O.S.S.@ vi invita alla proiezione di "CATASTROIKA - privatization goes public", dagli autori di "DEBTOCRACY", un documentario che analizza lo spostamento dei beni comuni dalla gestione statale alle mani private, raccontando la storia delle privatizzazioni dei servizi nel mondo occidentale. Dalla Russia, passando per la Germania dell'est e il neoliberismo della Tatcher, arrivando ai giorni nostri alla Grecia, ma anche all'Italia, dove nonostante il referendum sull'acqua, le pressioni dell'Unione Europea per la privatizzazione del servizio idrico continuano...

Dopo la visione, presentazione della raccolta di firme per la petizione nazionale per un referendum sui TRATTATI ECONOMICI EUROPEI

giovedì 21 novembre 2013

Il CIE di Gradisca è stato “svuotato”… ora deve essere definitivamente chiuso!

L’apertura dell’allora CPT presso la ex-caserma Polonio a Gradisca d’Isonzo venne annunciata nel 2000 dal ministro del Governo Prodi Enzo Bianco. La struttura venne poi inaugurata dal ministro del Governo Berlusconi Pisanu. Già questo fatto la dice lunga sulla continuità che ha caratterizzato la politica sull’immigrazione dei governi di centro sinistra e centro destra che si sono succeduti fino ad arrivare alle odierne larghe intese.
Da subito la struttura di Gradisca, i cui 248 posti sono costati 17 milioni di euro, si è caratterizzata per essere una delle più repressive d’Italia: mura altissime, grate e inferiate ovunque, persino il cielo del cortile interno è coperto da reti, al pari di un carcere di massima sicurezza. Tutto questo per trattenere quelli che l’ipocrisia della legge definisce “ospiti” poiché dentro i CIE si finisce con un atto amministrativo e non dopo un processo penale (tanto è vero che non vi è il reato di evasione dai CIE, e teoricamente non si è puniti se si tenta di scappare…)
Si tratta di un vero e proprio lager che ormai da 12 anni offende lo spirito di una terra di confine come la provincia di Gorizia, da sempre abituata ad accogliere le genti e a confrontarsi con lo “straniero” in termini di apertura e multiculturalità.
Ma è con la Bossi Fini e l’allungamento dei periodo massimo di trattenimento degli “ospiti” da 6 a 18 mesi, demagogicamente giustificato con la necessità di identificare i migrati per poi poterli espellere (nella realtà il 90% dei trattenuti sconta i 18 mesi per poi essere messo alla porta con un foglio di via), che la situazione a Gradisca si fa intollerabile.
Iniziano a trapelare notizie di forme estreme di protesta come il cucirsi le labbra o altri atti di autolesionismo, ma non solo: esasperati dai lunghi mesi di trattenimento i migranti hanno dato vita ad un susseguirsi di rivolte e tentativi di fuga di massa. A questi episodi viene data una risposta da parte delle autorità di carattere fortemente repressivo: chiusura degli spazi comuni (mensa e cortile) per evitare gli “assembramenti”, eliminazione delle suppellettili dalla celle (caratterizzate da una carente predisposizione di giacigli idonei dove dormire) e privazione dei cellulari, il cui uso è invece ammesso dalla legge. Si susseguono inoltre indiscrezioni sull’uso della forza da parte delle “guardie” (all’interno del CIE staziona pure un reparto dell’esercito), denunce che sono state documentate da video e foto comparse anche in un’inchiesta del quotidiano “l’Unità“. Non è un caso se nella recente ispezione della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, il Presidente Luigi Manconi esce sconvolto dalla vista al centro, convenendo che la situazione è peggiore di quella del peggior carcere italiano, e ne chiede l’immediata chiusura.
E’ in questo contesto che si arriva alla “rivolta dei tetti“ dell’agosto 2013, quando decine di migranti più volte salgono sui tetti della struttura e vi rimangono per giorni rendendo quindi la loro protesta visibile dall’esterno e riuscendo così a bucare il silenzio che i mezzi d’informazione locali e nazionali mantengono su quello che avviene a Gradisca. E’ nel corso di una di questi episodi che un “ospite” 34enne cade dal tetto (qualcuno dice colpito da un lacrimogeno) e riporta un trauma tale da dover essere mantenuto in coma farmacologico.
Saranno questi fatti che finalmente smuovono le coscienze, rianimando nella società civile un movimento contro il CIE che durante la sua apertura e nel periodo immediatamente successivo era stato molto presente con manifestazioni, assemblee e cortei. Persino le forze politiche al governo della regione, con in testa la governatrice Seracchiani (PD) si vedono costrette a chiedere al governo Letta di intervenire.
Cosa che avviene nel fine settimana del 9-10 novembre quando tutti gli “ospiti” vengono trasferiti in altri CIE e in parte rilasciati con il foglio di via.
Ecco quindi il corteo di sabato 16 novembre ha sfilato davanti ad un CIE vuoto per chiedere che rimanga tale.
Si è trattato di un corteo abbastanza partecipato, con diverse centinaia di persone che hanno percorso le strade di Gradisca, fino a giungere alla strutture dove sono avvenute alcune “azioni“ di protesta, tra cui la verniciatura di una scritta contro i CIE sui muri dell’edificio.
Occorre però registrare alcuni elementi significativi sulla composizione di questo corteo. In primo luogo, una partecipazione leggermente inferiore alle aspettative rispetto alle innumerevoli adesioni all’appello per la manifestazione, tra cui figuravano personalità importanti del centrosinistra locale. Si è verificata un’assenza pesante delle maggiori forze politiche organizzate, al di là della partecipazione di singoli militanti o iscritti: pochissime le bandiere con i simboli “di partito“, a parte una presenza visibile del PRC e della nostra neonata organizzazione di Sinistra Anticapitalista. Da rilevare anche la sostanziale mancanza di interventi di natura specificamente sindacale, il che ha determinato la carenza tra le parole d’ordine della manifestazione di riferimenti alla specifica collocazione dei migranti nella catena di sfruttamento nel mondo del lavoro, privilegiando i richiami ad un’accezione più genericamente ”umana” ed ecumenicamente ”fraterna” di solidarietà.
Nutrita, comunque, la presenza delle associazioni e dei movimenti che si occupano da tempo del tema immigrazione, e che erano anche i promotori dell’evento.
Nel complesso si può affermare che, nonostante i limiti evidenziati, questa mobilitazione dai caratteri più marcatamente sociali che politici è stata positiva. Erano diversi anni che non veniva organizzato un vero e proprio corteo a Gradisca su questo tema, e inoltre era doveroso esprimere una risposta politica alla manifestazione di contenuti opposti organizzata della Lega Nord, che si sarebbe tenuta davanti al CIE l’indomani.
Vista tuttavia la presenza non particolarmente significativa dei migranti alla manifestazione (dovuta anche alla tensione determinata dalle rivolte dei giorni immediatamente precedenti e ai successivi trasferimenti), sarà importante lavorare per favorire la nascita di movimenti e processi di auto-organizzazione di questi settori della società; tutti fattori che nell’Isontino procedono ancora con una certa fatica, ma che da iniziative come questa possono trovare nuovi slanci.