venerdì 14 febbraio 2014

TRATTATI EUROPEI: chi decide?

riceviamo e volentieri pubblichiamo:


TRATTATI EUROPEI: chi decide?
Dibattito con
Franco RUSSO della Associazione nazionale ROSS@
Boštjan REMIC di Iniziativa per un socialismo democratico (Slovenia)
Un esponente di “Il sindacato è un’altra cosa” – opposizione CGIL

Giovedì 20/2/14 Ore 17.30 Saletta di via Fabio SEVERO 14/b

Negli ultimi anni, le politiche di austerità, di attacco ai diritti sociali ed ai diritti del lavoro, sono stati diretta emanazione delle scelte e delle politiche neoliberiste che l’Unione Europea ha voluto sviluppare ed imporre a tutti i singoli stati dell’unione.
Queste politiche, condotte per il dichiarato fine di ridurre il debito pubblico, lo hanno paradossalmente aggravato, riducendo inoltre alla miseria strati sempre più grandi di popolazione.
Nonostante ciò, l’Unione Europea persevera in tali politiche e nei suoi atteggiamenti autoritari verso i singoli stati, tentando di controllare e comprimere la parte sociale della spesa pubblica, e continuando a premiare e favorire banche e padroni, ovvero i capitani che hanno condotto la nave al naufragio.
Le istituzioni dell’Unione, istituzioni perlomeno ademocratiche perché mai elette direttamente dal popolo, sono i protagonisti di queste condotte; le leggi ed i trattati, come ad esempio il Fiscal Compact, il MES, l’Europack ne sono invece gli strumenti, che controllano come dei cani da guardia le politiche sociali e del lavoro dei singoli stati.
A pochi mesi dalle elezioni europee, è lecito chiedersi chi realmente decida oggi in Europa, se la volontà popolare o gli interessi del capitale e delle banche, supportate dai tecnocrati di Bruxelles.
Ed è impellente inoltre una risposta popolare, di massa ed internazionale che contrasti le politiche della Troika, della BCE e dell’Unione Europea,
chiedendo un Referendum su Fiscal Compact e MES
e iniziando a preparare la
manifestazione internazionale a Roma del 12 Aprile,
in concomitanza ed in protesta con il Meeting Europeo per l’occupazione giovanile.

martedì 28 gennaio 2014

ELECTROLUX: Il lavoro cattivo scaccia quello buono. Allora cacciamo i padroni

di Franco Turigliatto

Nei corsi di economia sulla moneta i professori insegnano un principio semplice, ma fondamentale: la moneta cattiva scaccia quella buona dalla circolazione.
Che cosa significa? Significa che se in un dato paese e una economia esistono due monete correnti e una di questa, per determinate cause, comincia a deprezzarsi, quella di maggior valore e stabile scompare dalla circolazione, lasciando in campo soltanto la seconda che tenderà a svalutarsi sempre di più. La prima infatti viene tesaurizzata, cioè, cittadini e operatori economici, la ritirano dalla circolazione e la mettono in cassaforte come un tesoro per preservarne il valore e garantirsi una riserva economica e monetaria.
La stessa cosa succede al lavoro, quello di cattiva qualità, in mancanza di costrizioni normative e di rapporti di forza tra le classi favorevoli ai lavoratori, in un contesto di libera concorrenza capitalista (libere volpi in liberi pollai) tende a scacciare il lavoro buono, meglio retribuito e tutelato.
Ormai più di vent’anni fa dissero che era necessario favorire l’inserimento dei giovani al lavoro, che occorreva combattere il lavoro nero e che quindi bisognava introdurre forme più flessibili di contratto tali da spingere i padroni ad assumere regolarmente in queste nuove forme per loro più vantaggiose: vennero dapprima i contratti di formazione e lavoro, poi arrivò il pacchetto Treu col governo Prodi 1, poi la legge 30 e il decreto applicativo 276 con il governo Berlusconi 2 che portarono i contratti atipici e precari al numero di 43, sempre per “favorire l’occupazione e ridurre il lavoro nero”. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: la disoccupazione è al 12,8%, quella giovanile al 40%; il lavoro nero esiste come e quanto prima; si è via via ridotto il lavoro buono, quello a tempo indeterminato, quello difeso dai contratti nazionali di lavoro.
Ma la concorrenza”, ci dicono, “è un principio naturale, perché limitarla?” E “Perché non ridurre salari e stipendi del 25%” come è nelle necessità e nel progetto dei padroni europei e delle istituzioni. Così, tanto per cominciare, da venti anni gli aumenti salariali sono stati contenuti al di sotto dell’inflazione, poi nel pubblico impiego si sono bloccati gli stipendi. Ora che si è formato un enorme esercito di riserva, di senza lavoro, che preme sugli occupati il discorso diventa un semplice ricatto: “non vuoi accettare una riduzione di salario, allora io fuggo lontano, in Serbia, Bulgaria e tu arrangiati”. Ma le cose bisogna farle anche per bene, legalmente: ecco così che arriva prima l’articolo 8 della legge n. 148 del 2011 del governo Berlusconi, poi l’accordo interconfederale Confindustria e CGIL CISL e UIL del 28 giugno 2011, e poi infine il più recente accordo sindacati Confindustria del 31 maggio 2013, perfezionato con il regolamento del 10 gennaio 2014 che permette, a seconda delle aziende e delle situazioni di derogare dai contratti nazionali sul piano salariale e normativo. Derogare dalle norme, specie quelle penali, in genere significa finire in galera (almeno per i poveretti); in questo caso significa che i dirigenti sindacali accettano quanto propone il padrone per aumentare lo sfruttamento, cioè i contratti in deroga, quanto cioè Marchionne due anni fa ha imposto con la violenza e il ricatto ai lavoratori Fiat, indicando la strada da percorrere a tutti i padroni.
E’ stata lunga premessa storica per arrivare alla drammatica attualità del caso Electrolux.
All’improvviso (!?) l’Electrolux, una multinazionale che ha rilevato a suo tempo gli stabilimenti della Zanussi, esce con una proposta choc per ridurre il “costo del lavoro” che lascia tutti interdetti. E’ un’azienda svedese, qualcuno forse sperava anche in odore di socialdemocrazia; niente di meno vero, l’Electrolux è una azienda come le altre, agisce sul libero mercato e l’obiettivo è fare profitto; nessun problema, se per riuscirci, occorre tirare il collo ai dipendenti. La direzione riprende quanto il capo della Fiat aveva già imposto: “Lavoratrici e lavoratori dovete prendere o lasciare, mangiare questa minestra o saltare dalla finestra. Anzi vi cacciamo a pedate dalla porta stessa e ce ne andiamo altrove, dove facilmente possiamo trovare altri poveretti disposti a sopportare quello che voi oggi rifiutate”.
Le proposte aziendali sono semplici: stipendi che scendono da 1400 a 700-800 euro, riduzione del 20% dei premi aziendali, ore lavorate solo 6, blocco dei pagamenti delle festività, riduzione di pause e permessi sindacali, lo stop agli scatti di anzianità, chiusura di uno degli stabilimenti italiani. Poche idee, reazionarie, ma molto chiare.
All’improvviso tutti si stupiscono, i sindacati che gridano (giustamente) allo scandalo, la Serracchiani, della segreteria di Renzi, qualche dirigente della Lega che si è scordato di aver votato i provvedimenti di Berlusconi che già andavano in questa direzione e di aver dato una montagna di soldi all’azienda svedese quando è arrivata.
In fondo qual’è la colpa della direzione di Electrolux che ha subito trovato la benevola comprensione del ministro dello sviluppo Zanonato? Propone solo una “deroga” un pochino troppo “allargata”; esagera un poco nelle richieste, ma è perfettamente dentro lo spirito degli accordi siglati dai burocrati sindacali. La direzione dell’Electrolux sapendo che dovrà comunque fare una trattativa, si pone in una posizione vincente, chiedendo il massimo per portare a casa comunque un grosso risultato, anche se per chiudere l’accordo dovrà fare qualche limatura. Quelle limature che qualche esponente del governo o burocrate sindacali potrà domani presentare come grande vittoria, quando invece sarà un vergognoso cedimento e una sconfitta per i lavoratori.
Se le direzioni sindacali volessero fare sul serio, se volessero veramente impedire che dopo la vicenda Fiat quella Electrolux allarghi sempre più la breccia per cui il lavoro “buono”, ancora coperto da contratti nazionali, sia scacciato dal “lavoro in deroga”, dovrebbero immediatamente denunciare l’accordo di venti giorni fa, dire chiaramente che tutti i padroni che si comportano in questo modo debbono essere cacciati, che le aziende debbono essere requisite ed espropriate.
Dovrebbero anche chiamare i lavoratori ad occupare le fabbriche ed impedire che anche solo uno spillo esca dalle loro porte e finestre. Dovrebbero dire “ci siamo sbagliati, le cose in tutto il paese hanno preso una brutta piega per il lavoro; ma ora basta, lavoratrici e lavoratori di tutte le aziende, vi proponiamo una nuova stagione di lotta, vi proponiamo una piattaforma rivendicativa basata sulla difesa dei contratti nazionali, su aumenti salariali per tutti, sulla riduzione d’orario, sulle nazionalizzazioni e l’intervento pubblico diretto quanto i padroni licenziano, delocalizzano e ricattano. Vogliamo fare le assemblee in tutte le fabbriche, discutere democraticamente, passare dalle parole ai fatti, alla lotta, non lasceremo più i lavoratori di nessuna azienda a difendersi da soli e il più delle volte sprofondare, non lasceremo più che il lavoro cattivo scacci quello ancora parzialmente buono”.
Forse in questo modo la moneta buona, quella che permette di vivere decentemente, potrebbe ritornare a circolare nel nostro paese.

giovedì 19 dicembre 2013

RIBELLARSI È GIUSTO! Ma quali sono gli obbiettivi?

Testo del volantino distribuito oggi davanti a Fincantieri a cura del Laboratorio Resistente di Monfalcone

RIDURRE LE TASSE O FARLE PAGARE A TUTTI ANCHE AGLI EVASORI?
L'incidenza delle imposte e dei contributi di sicurezza sociale sul costo del lavoro dipendente è del 44% in Italia, del 46% in Francia, del 45% in Germania e del 30% in Inghilterra (fonte Eurostat anno 2010).
Il salario medio annuo lordo di un lavoratore dipendente italiano è di 27.419€, di un francese 35.530€, di un tedesco 41.100€, di un inglese 38.047€ (eurostat 2009)
In Italia quindi i salari netti sono bassi poiché le paghe sono basse non perché sono troppo tassate!

Il fatto che i servizi pubblici siano scadenti e lo diventino sempre più dipende dall'inefficienza dell'amministrazione statale ma anche dal fatto che sempre più le nostre tasse vengono impiegate per pagare gli interessi del debito pubblico che è di 2100 miliardi di euro.
Ma ogni anno le imprese e i lavoratori autonomi evadono tra i 150 e i 200 miliardi di euro, e se lo Stato incassasse questi soldi il debito potrebbe essere facilmente riportato sotto controllo, e la qualità dei servizi potrebbe migliorare.
Il vero scandalo italiano è che il reddito annuo medio dichiarato dagli architetti nel 2012 è 29.100€, dagli albergatori 18.300€, dai gioiellieri 17.300€, dai negozianti di abbigliamento e calzature 6500€ e questo solo per fare degli esempi!
Ma stiamo parlando solo dei pesci piccoli: per citarne uno grande basta prendere l'ex presidente di Confindustria FVG Calligaris, indagato per una frode fiscale da 1.721.000€ per il solo 2006.

PRIMA GLI ITALIANI O TUTTI I LAVORATORI UNITI CONTRO I PADRONI?
Quello che sta succedendo da noi in Italia lo stanno vivendo tutti i lavatori in Europa. Dovunque i salari vengono messi in discussione, i servizi tagliati, gli orari di lavoro effettivi aumentati. E se in Italia ci dicono o accettate o faremo la fine della Grecia, in Francia dicono ai loro che faranno la fine degli italiani, ed in Germania degli spagnoli.

La verità è che tutti i poteri forti d'Europa si sono messi d'accordo per colpire i lavoratori con le politiche d'austerità!
E mentre loro colpiscono uniti, noi lavoratori non facciamo altro che prendercela con chi sta peggio, con i lavoratori stranieri ad esempio, che vengono dall'Asia o dell'est qui da noi, ma che magari per i lavoratori tedeschi sono proprio gli emigranti italiani.
L'unica risposta efficace non più venire che da una lotta comune di tutti lavoratori d'Europa, autoctoni o migranti!

TUTTI I POLITICI A CASA O CI VUOLE UNA VERA RIVOLUZIONE?
L'indignazione verso una classe politica inetta e corrotta è giustissima e doverosa. I salari di parlamentari e amministratori sono scandalosi. Ma cambiare le persone ora elette con altre moralmente integre è sufficiente?
La dimostrazione ce l'ha data il Movimento Cinque Stelle partito più votato alle scorse elezioni, con centinaia di parlamentari e senatori alla loro prima esperienza politica... che non è riuscito ad incidere minimamente sullo sfacelo del nostro paese.

Non basta cambiare le persone, bisogna cambiare il sistema!
Ci vuole un nuovo modo di produrre nel quale i diritti dei lavoratori e la tutela dell'ambiente vengano prima dei profitti, ci vuole un nuovo sistema democratico dove le decisioni siano partecipate da tutti e tutte con processo quanto più possibile assembleare, ci vuole una nuova società in grado di essere solidale con chi ha bisogno e che pretenda il dovuto contributo da parte di tutti i suoi membri.

Per fare questo è necessario rompere la passività e la rassegnazione, la mobilitazione non può limitarsi a chiedere meno tasse e non può essere fatta assieme a padroncini ed evasori: ci vuole una VERA RIVOLUZIONE per mettere in discussione l'intero sistema economico e politico, altrimenti per noi lavoratori non cambierà nulla!

lunedì 2 dicembre 2013

venerdì 6 dicembre h. 20
presso il KNULP via madonna dela mare 7/a

R.O.S.S.@ vi invita alla proiezione di "CATASTROIKA - privatization goes public", dagli autori di "DEBTOCRACY", un documentario che analizza lo spostamento dei beni comuni dalla gestione statale alle mani private, raccontando la storia delle privatizzazioni dei servizi nel mondo occidentale. Dalla Russia, passando per la Germania dell'est e il neoliberismo della Tatcher, arrivando ai giorni nostri alla Grecia, ma anche all'Italia, dove nonostante il referendum sull'acqua, le pressioni dell'Unione Europea per la privatizzazione del servizio idrico continuano...

Dopo la visione, presentazione della raccolta di firme per la petizione nazionale per un referendum sui TRATTATI ECONOMICI EUROPEI

giovedì 21 novembre 2013

Il CIE di Gradisca è stato “svuotato”… ora deve essere definitivamente chiuso!

L’apertura dell’allora CPT presso la ex-caserma Polonio a Gradisca d’Isonzo venne annunciata nel 2000 dal ministro del Governo Prodi Enzo Bianco. La struttura venne poi inaugurata dal ministro del Governo Berlusconi Pisanu. Già questo fatto la dice lunga sulla continuità che ha caratterizzato la politica sull’immigrazione dei governi di centro sinistra e centro destra che si sono succeduti fino ad arrivare alle odierne larghe intese.
Da subito la struttura di Gradisca, i cui 248 posti sono costati 17 milioni di euro, si è caratterizzata per essere una delle più repressive d’Italia: mura altissime, grate e inferiate ovunque, persino il cielo del cortile interno è coperto da reti, al pari di un carcere di massima sicurezza. Tutto questo per trattenere quelli che l’ipocrisia della legge definisce “ospiti” poiché dentro i CIE si finisce con un atto amministrativo e non dopo un processo penale (tanto è vero che non vi è il reato di evasione dai CIE, e teoricamente non si è puniti se si tenta di scappare…)
Si tratta di un vero e proprio lager che ormai da 12 anni offende lo spirito di una terra di confine come la provincia di Gorizia, da sempre abituata ad accogliere le genti e a confrontarsi con lo “straniero” in termini di apertura e multiculturalità.
Ma è con la Bossi Fini e l’allungamento dei periodo massimo di trattenimento degli “ospiti” da 6 a 18 mesi, demagogicamente giustificato con la necessità di identificare i migrati per poi poterli espellere (nella realtà il 90% dei trattenuti sconta i 18 mesi per poi essere messo alla porta con un foglio di via), che la situazione a Gradisca si fa intollerabile.
Iniziano a trapelare notizie di forme estreme di protesta come il cucirsi le labbra o altri atti di autolesionismo, ma non solo: esasperati dai lunghi mesi di trattenimento i migranti hanno dato vita ad un susseguirsi di rivolte e tentativi di fuga di massa. A questi episodi viene data una risposta da parte delle autorità di carattere fortemente repressivo: chiusura degli spazi comuni (mensa e cortile) per evitare gli “assembramenti”, eliminazione delle suppellettili dalla celle (caratterizzate da una carente predisposizione di giacigli idonei dove dormire) e privazione dei cellulari, il cui uso è invece ammesso dalla legge. Si susseguono inoltre indiscrezioni sull’uso della forza da parte delle “guardie” (all’interno del CIE staziona pure un reparto dell’esercito), denunce che sono state documentate da video e foto comparse anche in un’inchiesta del quotidiano “l’Unità“. Non è un caso se nella recente ispezione della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, il Presidente Luigi Manconi esce sconvolto dalla vista al centro, convenendo che la situazione è peggiore di quella del peggior carcere italiano, e ne chiede l’immediata chiusura.
E’ in questo contesto che si arriva alla “rivolta dei tetti“ dell’agosto 2013, quando decine di migranti più volte salgono sui tetti della struttura e vi rimangono per giorni rendendo quindi la loro protesta visibile dall’esterno e riuscendo così a bucare il silenzio che i mezzi d’informazione locali e nazionali mantengono su quello che avviene a Gradisca. E’ nel corso di una di questi episodi che un “ospite” 34enne cade dal tetto (qualcuno dice colpito da un lacrimogeno) e riporta un trauma tale da dover essere mantenuto in coma farmacologico.
Saranno questi fatti che finalmente smuovono le coscienze, rianimando nella società civile un movimento contro il CIE che durante la sua apertura e nel periodo immediatamente successivo era stato molto presente con manifestazioni, assemblee e cortei. Persino le forze politiche al governo della regione, con in testa la governatrice Seracchiani (PD) si vedono costrette a chiedere al governo Letta di intervenire.
Cosa che avviene nel fine settimana del 9-10 novembre quando tutti gli “ospiti” vengono trasferiti in altri CIE e in parte rilasciati con il foglio di via.
Ecco quindi il corteo di sabato 16 novembre ha sfilato davanti ad un CIE vuoto per chiedere che rimanga tale.
Si è trattato di un corteo abbastanza partecipato, con diverse centinaia di persone che hanno percorso le strade di Gradisca, fino a giungere alla strutture dove sono avvenute alcune “azioni“ di protesta, tra cui la verniciatura di una scritta contro i CIE sui muri dell’edificio.
Occorre però registrare alcuni elementi significativi sulla composizione di questo corteo. In primo luogo, una partecipazione leggermente inferiore alle aspettative rispetto alle innumerevoli adesioni all’appello per la manifestazione, tra cui figuravano personalità importanti del centrosinistra locale. Si è verificata un’assenza pesante delle maggiori forze politiche organizzate, al di là della partecipazione di singoli militanti o iscritti: pochissime le bandiere con i simboli “di partito“, a parte una presenza visibile del PRC e della nostra neonata organizzazione di Sinistra Anticapitalista. Da rilevare anche la sostanziale mancanza di interventi di natura specificamente sindacale, il che ha determinato la carenza tra le parole d’ordine della manifestazione di riferimenti alla specifica collocazione dei migranti nella catena di sfruttamento nel mondo del lavoro, privilegiando i richiami ad un’accezione più genericamente ”umana” ed ecumenicamente ”fraterna” di solidarietà.
Nutrita, comunque, la presenza delle associazioni e dei movimenti che si occupano da tempo del tema immigrazione, e che erano anche i promotori dell’evento.
Nel complesso si può affermare che, nonostante i limiti evidenziati, questa mobilitazione dai caratteri più marcatamente sociali che politici è stata positiva. Erano diversi anni che non veniva organizzato un vero e proprio corteo a Gradisca su questo tema, e inoltre era doveroso esprimere una risposta politica alla manifestazione di contenuti opposti organizzata della Lega Nord, che si sarebbe tenuta davanti al CIE l’indomani.
Vista tuttavia la presenza non particolarmente significativa dei migranti alla manifestazione (dovuta anche alla tensione determinata dalle rivolte dei giorni immediatamente precedenti e ai successivi trasferimenti), sarà importante lavorare per favorire la nascita di movimenti e processi di auto-organizzazione di questi settori della società; tutti fattori che nell’Isontino procedono ancora con una certa fatica, ma che da iniziative come questa possono trovare nuovi slanci.

mercoledì 20 novembre 2013

Presentazione del libro:"Francesco Moranino il comandante Gemisto - Un processo alla Resistenza"

Sabato 23 novembre presso il Laboratorio Resistente di Via Roma, 20 a Monfalcone dalle ore 16.30

Massimo Recchioni
* presenterà il suo ultimo libro:
"Francesco Moranino il comandante Gemisto - Un processo alla Resistenza"

all'incontro parteciparà la compagna Alessandra Kersevan coordinatrice del progetto “ResistenzaStorica”

La storia del processo al partigiano Francesco Moranino, il comandante «Gemisto», primo parlamentare della storia della Repubblica a subire l’autorizzazione a procedere e all’arresto.
Il libro di Recchioni contestualizza storicamente gli eventi che furono alla base della condanna di Moranino, inserendoli nel complesso contesto politico della Guerra fredda, spiegando come quella vicenda processuale fosse in realtà la metafora di un processo giudiziario molto più generale che mirava alla criminalizzazione della componente maggioritaria comunista della Resistenza, oltre che a minare la forza organizzativa e la grande autorevolezza di cui il Partito comunista godeva presso ampi strati popolari.
Il lavoro di Recchioni – che poggia su una ricchissima documentazione testimoniale recente e inedita di ex partigiani, sugli archivi dei familiari di Moranino, oltre che sui verbali delle sedute parlamentari, materiali processuali e iconografici – è un importante contributo alla ricostruzione storica del nostro travagliato Secondo dopoguerra.


Partecipate!

martedì 29 ottobre 2013

Dopo il 18 e il 19 ottobre

di Franco Turigliatto

Le giornate del 18 e del 19 ottobre hanno mostrato con chiarezza che un nuovo fermento e nuove disponibilità alla lotta si stanno manifestando nella società italiana e che l’autunno può essere portatore di una più forte ed ampia mobilitazione contro le politiche dell’austerità e contro il governo delle larghe intese guidato incostituzionalmente dal Presidente della Repubblica.
La situazione è in movimento, spinta dalla buona riuscita delle manifestazioni dei sindacati di base del 18 e dalla concomitante riuscita dello sciopero, se pure ancora in settori delimitati dei servizi, e dalla manifestazione dei movimenti sociali del 19 che ha fatto emergere le ragioni delle resistenze territoriali alla politica di devastazione del profitto, ma anche la rabbia, la determinazione e la lotta dei settori del proletariato più colpiti dalla crisi, molte volte posti in condizioni disperate a partire dall’emergenza abitativa. E’ strabiliante che uno studio della Coldiretti evidenzi che milioni di persone siano ormai in emergenza alimentare e che questo dato compaia solo per un giorno sui giornali, come dato meramente sociologico e non come atto d’accusa verso la politica della classe dominante e dei suoi zelanti maggiordomi del centro destra e centro sinistra.

Contro la divisione della classe lavoratrice

La violenza dell’attacco padronale contro l’occupazione e i salari spinge verso il basso milioni di persone; la disoccupazione e la mancanza di reddito si traducono immediatamente nell’impossibilità dell’accesso alle condizioni basilari dell’esistenza, disporre di una casa e di cibo sufficiente per vivere. Più colpiti di tutti i migranti e certi strati popolari che proprio perché privati di tutto hanno da perdere solo “le loro catene”.
In settori politicizzati che hanno avuto un ruolo importante nella manifestazione del 19 riemerge una vecchia e mai sopita teorizzazione che distingue tra i cosiddetti “garantiti” e i “non garantiti”. Naturalmente una delle caratteristiche della crisi e delle politiche borghesi è proprio quello di dividere al massimo la condizione dell’insieme della classe lavoratrice, di creare fossati, contrapposizioni, gerarchizzazioni e in questo modo di fronteggiare più facilmente la rabbia e la volontà di reagire alle politiche di austerità. Ma la caratteristica della crisi stessa determina continui mutamenti nella condizione sociale dei singoli: la famiglia e la condizione di una famiglia “garantita con due stipendi” cambia ed anche precipita all’improvviso quando anche solo uno dei due perde il lavoro e l’altro finisce in cassa integrazione. E se poi su di essa grava anche il mutuo della casa, il passo verso l’abisso è molto rapido. I lavoratori di una città una volta florida e “garantita” come Torino ne sanno qualcosa. Ed è esattamente quanto sta avvenendo nella nostra società. La struttura della famiglia italiana e i vecchi risparmi hanno finora contenuto parzialmente questa dinamica di crollo delle condizioni di vita, ma i margini si stanno restringendo sempre più e la precarietà e la povertà si estendono a macchia d’olio; anche le aree di coloro che sono ancora in condizioni più sicure (compresi settori della piccola borghesia) e che possono pensare di potersi salvare, rinunciando alla mobilitazione (“non mi agito e spero che io me la cavo”), sono destinate inevitabilmente a ridursi.
Naturalmente l’esperienza storica indica che la rabbia e la radicalizzazione possono avvenire anche sul versante della destra fascista e della reazione xenofoba e razzista, come molti segnali che arrivano da alcuni paesi dell’ Europa indicano e che devono indurci a moltiplicare gli sforzi per creare un movimento sociale e politico contro le politiche liberiste con rivendicazioni capaci di rispondere ai bisogni dei diversi strati del proletariato e prospettare la credibilità di un’alternativa anticapitalista.
Le forze sindacali e politiche che hanno dato vita e sostenuto la giornata del 18 e che sono stati presenti anche il 19, tra cui la nostra organizzazione, hanno lavorato e lavorano coscientemente per tenere uniti i protagonisti delle due giornate, per approfondire e sviluppare queste resistenze e mobilitazioni sociali costruendole in sinergia e dando loro una comune prospettiva rivendicativa e di lotta.
Molti si sono posti l’interrogativo: “e le lavoratrici e i lavoratori che si sono mobilitati il 12 ottobre per la difesa della Costituzione? “ Abbiamo già scritto su questo sito (vedi articolo) che la piazza del 12 e quella del 18/19 erano mosse da una radicalità politica diversa e che la prima era egemonizzata dalle posizioni di Sel, cioè una linea subalterna al PD che propone la logora idea di utilizzare forza conquistata per condizionare il PD, quasi che la storia politica recente non mostri la vanità di questo progetto.
Peraltro la conferma è arrivata quasi immediatamente. La cortese richiesta fatta ai parlamentari del PD di non avallare quel mostro antidemocratico che è la modifica dell’articolo 138 della Costituzione ha avuto subito una risposta netta e negativa da parte dei senatori del PD che l’hanno sostenuto con pochissime eccezioni; un mostro antidemocratico che ha rischiato di saltare (paradosso dei paradossi) solo per il voto contrario di una parte del PDL desideroso di salvare il suo capo e forse di far saltare il governo.
Si attendono spiegazioni da parte non solo di Sel, ma anche di Rotodà e della Fiom di Landini sul loro precorso strategico… Ma sappiamo già dove si collocano e dove andranno.
Ovviamente invece interessa dialogare con le lavoratrici e i lavoratori che erano presenti il 12 e che almeno in parte possono essere strappati all’egemonia moderata di quei gruppi dirigenti, uscendo dal vicolo cieco in cui sono condotti.

Unire quelli che il padrone divide

I compiti per una forza anticapitalista e rivoluzionaria, ma anche per tutte/i Le/i militanti di classe sono dunque estremamente semplici e terribilmente difficili nello stesso tempo: provare a unire quello che le forze borghesi dividono, cioè lavorare per una mobilitazione unitaria del proletariato. Uso questo termine classico proprio per rimarcare che stiamo parlando di tutti i settori sociali, compresi i disoccupati, della classe.
La dinamica che si è prodotta a partire dal 18/19 offre nuove potenzialità positive: bisogna utilizzare la forza propulsiva di quelle giornate per individuare altri momenti di lotta (la manifestazione del 16 novembre in Val Susa è un primo appuntamento che già riguarda tutti), per definire obbiettivi e contenuti (compresi vertenze precise per mantenere la continuità della lotta e per il raggiungimento di determinate tappe) che facciano maturare la coscienza della necessità di marciare insieme contro i padroni e il loro governo. Organizzare significa anche favorire la massima partecipazione, la democrazia più larga tra quelli che partecipano per decidere insieme contenuti, forme di lotte, percorsi di lavoro, cioè per favorire l’autorganizzazione democratica dei movimenti sociali e di classe.
Per cambiare i rapporti di forza, per mettere in difficoltà le forze borghesi politiche ed economiche, è necessario che settori sempre più ampi, dai metalmeccanici, alle lavoratrici/tori del commercio, all’insieme di coloro che operano nei servizi, nelle banche, insieme ai tanti precari che operano negli stessi comparti tornino a scioperare massicciamente, che escano dalla passività e riscoprano il gusto e il valore dell’azione collettiva: se i disgraziati lavoratori migranti della logistica sono i prima linea come è stato nelle lotte e nella manifestazione milanese del 18, anche altri settori possono capire che solo quella è la strada per difendersi.
Per questo tutti gli spazi devono essere utilizzati per allargare l’area della mobilitazione, compresi gli scioperi più o meno fantasma che le direzioni dei sindacati maggioritari hanno dichiarato, nel timore che la situazione sfugga al loro controllo: appunto, utilizziamo anche quelle giornate perché questo avvenga, perché lavoratrici e lavoratori vadano oltre il ristretto recinto prospettato dai burocrati sindacali.
I sindacati di base devono saper parlare all’insieme dei lavoratori e quindi anche agli iscritti della Cgil; la denuncia è necessaria, ma è necessaria una costante proposta unitaria rivolta ai suoi militanti per spezzare i muri innalzati dagli apparati confederali. Un compito particolare spetta alle compagne e ai compagni della Cgil impegnati in una battaglia congressuale di sinistra che può vivere ed avere forza solo nel rinnovato progetto di costruire il fronte contro le politiche liberiste.
Un forte collettivo di militanti sindacali di classe nella Cgil che interloquisce con i lavoratori e con i sindacati di base è una questione non secondaria, né marginale, ma un elemento decisivo nella ricostruzione di un sindacalismo di classe. Per questo il lavoro di queste compagne e compagni va sostenuto fino in fondo.

La dimensione politica

Poi c’è la dimensione politica; quali finalità e quale sbocco politico indicare a un movimento di lotta in costruzione tanto più se si approfondisse e si sviluppasse. Alcune delle forze protagoniste della mobilitazione del 19 non si pongono questa dimensione; i soggetti riformisti se la pongono invece, ma in una direzione sbagliata. Noi dobbiamo porcela in un progetto complessivo di rigetto delle politiche liberiste e all’interno di una battaglia anticapitalista coerentemente condotta.
Lo sbocco che sarebbe necessario – un governo alternativo di vera sinistra basato sulla mobilitazione delle masse – non è oggi alla portata, ma costruirne le premesse, cioè indicare prospettive politiche ed organizzative per andare in quella direzione è indispensabile; la crescita del movimento di massa ha bisogno di una prospettiva politica alternativa.
Sarebbe dunque un grave errore non proporre oggi la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria; non si regge di fronte all’offensiva a tutto campo, compresa quella ideologica, della borghesia, senza lo sforzo costante per creare un collettivo di donne e uomini, che discuta, lavori, che faccia propaganda ed agitazione, che sia interno ai movimenti e che nello stesso tempo formi i propri militanti, senza alterigie, ma anche nella consapevolezza che serve una coscienza di classe complessiva.
Non si rende un buon servigio ai movimenti di massa reali se non si tesse anche questa tela: rimandarla ad altro tempo potrebbe essere fatale come è stato molte volte nella storia; e questa costruzione oggi non può che essere aperta, pubblica, democratica, verificata da tutte e tutti, un’organizzazione politica che non si nasconde, ma che difende e confronta la sua proposta politica con coloro che si mobilitano e lottano.
Sinistra Anticapitalista lavora su questi assi di fondo e proprio per questo condivide e partecipa ai tentativi di raggruppare in un fronte e in un movimento unitario coloro che perseguono un progetto anticapitalista, plurale e libertario; siamo infatti parte attiva del progetto di Ross@ che questo autunno muoverà i suoi passi decisivi.