di Franco Turigliatto
Le giornate del 18 e del 19 ottobre
hanno mostrato con chiarezza che un nuovo fermento e nuove disponibilità
alla lotta si stanno manifestando nella società italiana e che
l’autunno può essere portatore di una più forte ed ampia mobilitazione
contro le politiche dell’austerità e contro il governo delle larghe
intese guidato incostituzionalmente dal Presidente della Repubblica.
La situazione è in movimento, spinta
dalla buona riuscita delle manifestazioni dei sindacati di base del 18 e
dalla concomitante riuscita dello sciopero, se pure ancora in settori
delimitati dei servizi, e dalla manifestazione dei movimenti sociali del
19 che ha fatto emergere le ragioni delle resistenze territoriali alla
politica di devastazione del profitto, ma anche la rabbia, la
determinazione e la lotta dei settori del proletariato più colpiti dalla
crisi, molte volte posti in condizioni disperate a partire
dall’emergenza abitativa. E’ strabiliante che uno studio della
Coldiretti evidenzi che milioni di persone siano ormai in emergenza
alimentare e che questo dato compaia solo per
un giorno sui giornali, come dato meramente sociologico e non come atto
d’accusa verso la politica della classe dominante e dei suoi zelanti
maggiordomi del centro destra e centro sinistra.
Contro la divisione della classe lavoratrice
La violenza dell’attacco padronale contro l’occupazione e i salari
spinge verso il basso milioni di persone; la disoccupazione e la
mancanza di reddito si traducono immediatamente nell’impossibilità
dell’accesso alle condizioni basilari dell’esistenza, disporre di una
casa e di cibo sufficiente per vivere. Più colpiti di tutti i migranti e
certi strati popolari che proprio perché privati di tutto hanno da
perdere solo “le loro catene”.
In settori politicizzati che hanno avuto un ruolo importante nella
manifestazione del 19 riemerge una vecchia e mai sopita teorizzazione
che distingue tra i cosiddetti “garantiti” e i “non garantiti”.
Naturalmente una delle caratteristiche della crisi e delle politiche
borghesi è proprio quello di dividere al massimo la condizione
dell’insieme della classe lavoratrice, di creare fossati,
contrapposizioni, gerarchizzazioni e in questo modo di fronteggiare più
facilmente la rabbia e la volontà di reagire alle politiche di
austerità. Ma la caratteristica della crisi stessa determina continui
mutamenti nella condizione sociale dei singoli: la famiglia e la
condizione di una famiglia “garantita con due stipendi” cambia ed anche
precipita all’improvviso quando anche solo uno dei due perde il lavoro e
l’altro finisce in cassa integrazione. E se poi su di essa grava anche
il mutuo della casa, il passo verso l’abisso è molto rapido. I
lavoratori di una città una volta florida e “garantita” come Torino ne
sanno qualcosa. Ed è esattamente quanto sta avvenendo nella nostra
società. La struttura della famiglia italiana e i vecchi risparmi hanno
finora contenuto parzialmente questa dinamica di crollo delle condizioni
di vita, ma i margini si stanno restringendo sempre più e la precarietà
e la povertà si estendono a macchia d’olio; anche le aree di coloro che
sono ancora in condizioni più sicure (compresi settori della piccola
borghesia) e che possono pensare di potersi salvare, rinunciando alla
mobilitazione (“non mi agito e spero che io me la cavo”), sono destinate
inevitabilmente a ridursi.
Naturalmente l’esperienza storica indica che la rabbia e la
radicalizzazione possono avvenire anche sul versante della destra
fascista e della reazione xenofoba e razzista, come molti segnali che
arrivano da alcuni paesi dell’ Europa indicano e che devono indurci a
moltiplicare gli sforzi per creare un movimento sociale e politico
contro le politiche liberiste con rivendicazioni capaci di rispondere ai
bisogni dei diversi strati del proletariato e prospettare la
credibilità di un’alternativa anticapitalista.
Le forze sindacali e politiche che hanno dato vita e sostenuto la
giornata del 18 e che sono stati presenti anche il 19, tra cui la nostra
organizzazione, hanno lavorato e lavorano coscientemente per tenere
uniti i protagonisti delle due giornate, per approfondire e sviluppare
queste resistenze e mobilitazioni sociali costruendole in sinergia e
dando loro una comune prospettiva rivendicativa e di lotta.
Molti si sono posti l’interrogativo: “e le lavoratrici e i lavoratori
che si sono mobilitati il 12 ottobre per la difesa della Costituzione? “
Abbiamo già scritto su questo sito (
vedi articolo)
che la piazza del 12 e quella del 18/19 erano mosse da una radicalità
politica diversa e che la prima era egemonizzata dalle posizioni di Sel,
cioè una linea subalterna al PD che propone la logora idea di
utilizzare forza conquistata per condizionare il PD, quasi che la storia
politica recente non mostri la vanità di questo progetto.
Peraltro la conferma è arrivata quasi immediatamente. La cortese
richiesta fatta ai parlamentari del PD di non avallare quel mostro
antidemocratico che è la modifica dell’articolo 138 della Costituzione
ha avuto subito una risposta netta e negativa da parte dei senatori del
PD che l’hanno sostenuto con pochissime eccezioni; un mostro
antidemocratico che ha rischiato di saltare (paradosso dei paradossi)
solo per il voto contrario di una parte del PDL desideroso di salvare il
suo capo e forse di far saltare il governo.
Si attendono spiegazioni da parte non solo di Sel, ma anche di Rotodà
e della Fiom di Landini sul loro precorso strategico… Ma sappiamo già
dove si collocano e dove andranno.
Ovviamente invece interessa dialogare con le lavoratrici e i
lavoratori che erano presenti il 12 e che almeno in parte possono essere
strappati all’egemonia moderata di quei gruppi dirigenti, uscendo dal
vicolo cieco in cui sono condotti.
Unire quelli che il padrone divide
I compiti per una forza anticapitalista e rivoluzionaria, ma anche
per tutte/i Le/i militanti di classe sono dunque estremamente semplici e
terribilmente difficili nello stesso tempo: provare a unire quello che
le forze borghesi dividono, cioè lavorare per una mobilitazione unitaria
del proletariato. Uso questo termine classico proprio per rimarcare che
stiamo parlando di tutti i settori sociali, compresi i disoccupati,
della classe.
La dinamica che si è prodotta a partire dal 18/19 offre nuove
potenzialità positive: bisogna utilizzare la forza propulsiva di quelle
giornate per individuare altri momenti di lotta (la manifestazione del
16 novembre in Val Susa è un primo appuntamento che già riguarda tutti),
per definire obbiettivi e contenuti (compresi vertenze precise per
mantenere la continuità della lotta e per il raggiungimento di
determinate tappe) che facciano maturare la coscienza della necessità di
marciare insieme contro i padroni e il loro governo. Organizzare
significa anche favorire la massima partecipazione, la democrazia più
larga tra quelli che partecipano per decidere insieme contenuti, forme
di lotte, percorsi di lavoro, cioè per favorire l’autorganizzazione
democratica dei movimenti sociali e di classe.
Per cambiare i rapporti di forza, per mettere in difficoltà le forze
borghesi politiche ed economiche, è necessario che settori sempre più
ampi, dai metalmeccanici, alle lavoratrici/tori del commercio,
all’insieme di coloro che operano nei servizi, nelle banche, insieme ai
tanti precari che operano negli stessi comparti tornino a scioperare
massicciamente, che escano dalla passività e riscoprano il gusto e il
valore dell’azione collettiva: se i disgraziati lavoratori migranti
della logistica sono i prima linea come è stato nelle lotte e nella
manifestazione milanese del 18, anche altri settori possono capire che
solo quella è la strada per difendersi.
Per questo tutti gli spazi devono essere utilizzati per allargare
l’area della mobilitazione, compresi gli scioperi più o meno fantasma
che le direzioni dei sindacati maggioritari hanno dichiarato, nel timore
che la situazione sfugga al loro controllo: appunto, utilizziamo anche
quelle giornate perché questo avvenga, perché lavoratrici e lavoratori
vadano oltre il ristretto recinto prospettato dai burocrati sindacali.
I sindacati di base devono saper parlare all’insieme dei lavoratori e
quindi anche agli iscritti della Cgil; la denuncia è necessaria, ma è
necessaria una costante proposta unitaria rivolta ai suoi militanti per
spezzare i muri innalzati dagli apparati confederali. Un compito
particolare spetta alle compagne e ai compagni della Cgil impegnati in
una battaglia congressuale di sinistra che può vivere ed avere forza
solo nel rinnovato progetto di costruire il fronte contro le politiche
liberiste.
Un forte collettivo di militanti sindacali di classe nella Cgil che
interloquisce con i lavoratori e con i sindacati di base è una questione
non secondaria, né marginale, ma un elemento decisivo nella
ricostruzione di un sindacalismo di classe. Per questo il lavoro di
queste compagne e compagni va sostenuto fino in fondo.
La dimensione politica
Poi c’è la dimensione politica; quali finalità e quale sbocco
politico indicare a un movimento di lotta in costruzione tanto più se si
approfondisse e si sviluppasse. Alcune delle forze protagoniste della
mobilitazione del 19 non si pongono questa dimensione; i soggetti
riformisti se la pongono invece, ma in una direzione sbagliata. Noi
dobbiamo porcela in un progetto complessivo di rigetto delle politiche
liberiste e all’interno di una battaglia anticapitalista
coerentemente condotta.
Lo sbocco che sarebbe necessario – un governo alternativo di vera
sinistra basato sulla mobilitazione delle masse – non è oggi alla
portata, ma costruirne le premesse, cioè indicare prospettive politiche
ed organizzative per andare in quella direzione è indispensabile; la
crescita del movimento di massa ha bisogno di una prospettiva politica
alternativa.
Sarebbe dunque un grave errore non proporre oggi la costruzione di
un’organizzazione rivoluzionaria; non si regge di fronte all’offensiva a
tutto campo, compresa quella ideologica, della borghesia, senza lo
sforzo costante per creare un collettivo di donne e uomini, che discuta,
lavori, che faccia propaganda ed agitazione, che sia interno ai
movimenti e che nello stesso tempo formi i propri militanti, senza
alterigie, ma anche nella consapevolezza che serve una coscienza di
classe complessiva.
Non si rende un buon servigio ai movimenti di massa reali se non si
tesse anche questa tela: rimandarla ad altro tempo potrebbe essere
fatale come è stato molte volte nella storia; e questa costruzione oggi
non può che essere aperta, pubblica, democratica, verificata da tutte e
tutti, un’organizzazione politica che non si nasconde, ma che difende e
confronta la sua proposta politica con coloro che si mobilitano e
lottano.
Sinistra Anticapitalista lavora su questi assi di fondo e proprio per
questo condivide e partecipa ai tentativi di raggruppare in un fronte e
in un movimento unitario coloro che perseguono un progetto
anticapitalista, plurale e libertario; siamo infatti parte attiva del
progetto di Ross@ che questo autunno muoverà i suoi passi decisivi.